Rosalba Carlino Psicologa Psicoterapeuta Lecce

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SULLA NASCITA E IL CONCEPIMENTO COME METAFORE ESISTENZIALI


A prescindere da sottili differenze, più di tipo semantico che concettuale, tutte le teorie motivazionali considerano il bisogno come uno stato carenziale, fisico o psicologico; oltre ad attivare una eccitazione nell'organismo, esso può produrre sofferenza e addirittura angoscia quando non trovi via verso la gratificazione diretta o per lo meno nel raggiungimento di scopi metaforizzati.


La condizione di "feto" all'interno dell'utero materno è forse l'unica in cui non sperimentiamo il bisogno come sorgente di frustrazione, o meglio in cui sperimentiamo l'assenza di stati carenziali e "viviamo" una condizione di benessere.


Certo, alcuni studi hanno dimostrato che, in condizioni patologiche, il feto può cominciare ad avvertire la presenza di alcuni bisogni ancor prima di nascere e fare quindi l'esperienza di "dolore" precocemente. Ma sono esperienze eccezionali.


Nella maggior parte dei casi il bambino esperisce il bisogno solo nel momento della nascita, quando l'abbandono del grembo lo porta ad affrontare momenti carenziali o di sovraeccitazione (fame, luce). Egli per la prima volta soffre e sperimenta la separazione. Una separazione-morte collegata alla frustrazione di uno stato di equilibrio psico-fisico consentito dal contenimento del suo essere nell'essere della madre, caratterizzata dalla presenza di bisogni di cui egli non ha consapevolezza che verranno o meno gratificati. Un'angoscia di morte, quindi.


Da questo momento e per tutta la vita, nasce e si sedimenta un sottile ma infrangibile filo che collega il vissuto del bisogno all'angoscia di morte. In questo senso la condizione di bisogno è all'origine di una lunga catena di trasformazioni e trasposizioni, che definiscono una sequenza di metafore collegate, il cui scopo è il tentativo riuscito o non di superare l'angoscia del morire.
Una tra le più importanti metafore di superamento dell'angoscia di morte è rappresentata dalla procreazione vissuta come continuazione della vita attraverso la riproduzione della specie. "Io morirò ma continuerò a vivere attraverso mio figlio e le generazioni che verranno". Non è raro, ad esmpio, che la decisione di procreare venga presa dopo la morte di una persona importante come i genitori o i figli.


Il termine stesso "fecondità" viene spesso usato non solo per definire la capacità di procreare ma anche come pienezza d'iniziativa, di creatività; al contrario, la depressione (presenza costante e grave dell'angoscia di morte) è caratterizzata da assenza di iniziativa, quindi di "fecondità".
Procreazione dunque come superamento dell'angoscia di morte.
La decisione di mettere al mondo un figlio, particolarmente quando si tratta del primo, dà vita paradossalmente ad una metafora di morte, cioè al vissuto di separazione da un modo di vita precedente, l'essere al mondo senza figli.
La decisione, quindi, di generare un figlio per un verso esprime il tentativo di non morire. Per altro verso, per arrivare a questo, occorre decidere di morire, cioè terminare la condizione di essere-senza-figli. Viene a stabilirsi un conflitto tra la spinta del bisogno che preme verso il superamento dell'angoscia di morte e una forza frenante che deriva dall'angoscia della morte. Due matafore antitetiche che non possono essere entrambe tradotte in termini di realtà. Finchè le forze di ambedue si si fronteggiano in condizioni di equilibrio più o meno stabile, il conflitto perdura e si esprime con l'incapacità di decidere se procreare o restare nella precedente condizione.
Molto spesso, infatti, la decisione viene presa dopo il concepimento. La coppia evita, rinvia la decisione, o lascia fare al caso.
Cosa viene evitato? Il decidere, appunto.
"Decidere" significa etimologicamente "toglier via", quindi eliminare.
In questo caso, togliere cosa? Eliminare altre possibilità, altre potenzialità, altre strade. Sceglierne una tra le tante ed eliminare le altre.
Prendere una decisione, qualunque essa sia, implica un processo di crescita, di maturazione. Non essere capaci di decidere è un indice di immaturità; conservarsi tutte le potenzialità, tutte le strade senza mai imboccarne una è frenare la crescita, illudersi così di di poter frenare o fermare lo scorrere del tempo; è non morire. In questo caso, non prendendo alcuna decisione,vengono mantenute aperte le due possibilità: decidere più tardi di avere un figlio, oppure decidere di impostare un progetto di vita che non preveda il ruolo di madre/padre.


Lasciar fare al caso o decidere dopo il concepimento è un decidere "come se": è come non aver deciso, quindi si decide perchè costretti a farlo, come se questa decisione non facesse parte di sè. Nell'atto di decidere non si riesce a vedere che è un proprio desiderio, per cui non sopraggiunge l'entusiasmo e viene a mancare la possibilità di "sentirsi": ho deciso ma è come se non l'avessi fatto.
In questo caso il conflitto tra le due metafore rimane attivo: mio figlio mi farà "vivere" o mi farà "morire".
Ne scaturisce un vissuto di ambivalenza nei confronti della maternità/paternità, che se non risolto manterrà vive ed attive entrambe le metafore producendo un insieme di accettazione e di rifiuto più o meno consapevole che caratterizzerà il rapporto presente e futuro con il figlio.
L'ambivalenza può venire amplificata da un vissuto contraddittorio nei confronti della femminilità influenzato da fattori socio-culturali. Questi propongono una concezione della femminilità alquanto confusa, contraddittoria, conflittuale.


Il significato etimologico del termine femmina, è allattare, "esser fecondo".
Il nostro stile di vita non concede però spazio alla femminilità intesa come fecondità. Il messaggio culturale predominante pone un legame tra femminilità e seduzione, tra seduzione e narcisismo. Narcisismo sia come interesse per il corpo in quanto strumento di seduzione, sia come capacità di raggiungere il successo. Va da sè che queste richieste socio-culturali contrastano con il concetto autentico di femminilità. La gravidanza "deforma" il corpo della donna e paradossalmente le fa perdere la femminilità. Il vissuto di perdita-separazione della femminilità nella donna può venire ridotto o rafforzato dal rapporto con il partner, dal grado di accettazione, appoggio, sostegno che egli potrà e/o saprà offrirle durante la gravidanza.


Emerge qui un conflitto supplementare tra la metafora, la procreazione, la fecondità ed il vissuto di perdita della femminilità, ulteriore metafora di morte-separazione come perdita del corpo femminile-seduttivo.


Nel caso che il vissuto di fine-morte di un precedente modo di vivere, cioè senza figli, prevalga diventa più importante la metafora di morte che impedisce un cambiamento di vita, una impossibilità probabilmente di assumere un nuovo ruolo all'interno del sociale, cioè quello di madre/padre. Viene deciso in questo caso di non avere figli. L'angoscia di separazione è allora molto attiva ed è conseguente ad una fantasia di poter intervenire sul trascorrere del tempo.
Accade spesso però che tale decisione, pur essendo per un certo tempo sicura e consapevole venga modificata o da qualche avvenimento luttuoso (morte di una persona cara) o quando si avvicina l'età (40 anni circa) oltre la quale diventa improbabile o pericolosa la procreazione (vedi le sempre più numerose primipare attempate). La fantasia di rallentare il tempo prolunga l'adolescenza fin quasi ai 40 anni.


Molto spesso, all'approssimarsi della menopausa emerge nella donna uno stato ansioso-depressivo poichè ella vive l'avvicinarsi di un passaggio importante, dall'età feconda a quella sterile.
E' ancora una metafora di morte-separazione dal periodo di vita fecondo con possibilità di procreazione e passaggio ad una nuova condizione. Quest'ansia può tradursi in una tardiva quanto tempestiva decisione di mettere al mondo un figlio come tentativo di superare l'angoscia di separazione dalla propria potenzialità riproduttiva. Quando diventa più importante il bisogno di procreare, significa che la metafora di separazione-morte che ne deriva ha perso valenza, forza, e quindi la persona ha avuto la capacità di superarla.
Il modo che ha trovato per superarla può però essere più o meno sano, può essere stato un processo di crescita oppure può avere dato vita ad un nuovo processo di metaforizzazione non funzionale.
Prendere consapevolmente la decisione di avere un figlio può a volte non essere necessariamente positiva per il futuro neonato. Andrebbero analizzate le motivazioni che stanno a monte. Alcune possono risultare addirittura pregiudizievoli. Ad esempio la decisione può essere presa da un solo componente la coppia che la impone all'altro. Si può decidere di avere un figlio nel tentativo di salvare un rapporto deteriorato. Si può decidere di avere per tenere legato a sè il partner.
Quando la decisione viene presa, sia dalla coppia, sia da un componente, per finalità relative a giochi relazionali, si creano i presupposti per una relazione con il bambino di tipo manipolatorio. Il figlio diviene strumento ancor prima di nascere, viene e verrà usato dai genitori.
Questo può accadere anche quando la decisione è presa da entrambi: ambedue vogliono un figlio ma non lo decidono INSIEME. E' proprio in questi casi, purtroppo molto più frequenti di quanto si possa credere, che il vissuto di entrambi, sia della donna che dell'uomo, dell'imminente evento si traduce in un senso di solitudine; la coppia non si sente "insieme" nell'attesa del figlio, vive una situazione di incomunicabilità, ognuno si sente non capito, non compreso dall'altro.


Possiamo ritenere che esistano delle precondizioni ideali all'inizio di una gravidanza che favoriscano una buona predisposizione, ed in seguito un buon rapporto con il figlio, nell'attesa della sua nascita? SI, e sono connesse con le motivazioni che stanno alla base del desiderio di generare. Qual'è la motivazione ideale?
Il semplice desiderio sentito e consapevole dei genitori di avere un bambino a cui dare amore: ideale che quasi sicuramente non viene mai raggiunto.
Il vissuto che più si avvicina è un vissuto condiviso di coppia dove la procreazione come metafora costituisca una strada comune per un superamento soggettivo dell'angoscia di morte.


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