Rosalba Carlino Psicologa Psicoterapeuta Lecce

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Libro dott.ssa Carlino

il bacio di (s)sangue

Introduzione

“l’idea della propria mortalità, oggi come sempre, non ha alcun senso per l’inconscio”Sigmund Freud


Ci sono letture che trasportano altrove e altre che riconducono dentro. Scorrere con gli occhi e penetrare in un testo è un vero e proprio viaggio, un itinerario del pensiero che alimenta la nostra natura incorporea.
Il mio viaggio ideale sarebbe un ritorno al mare della mia infanzia quando, d’estate, la costa ionica del Salento incendiava i sensi. Non c’era riparo, tutto bruciava e nulla passava inosservato. La direzione e l’intensità del vento condizionavano la giornata: il mattino, appena sveglia, ancor prima di uscire, annusavo l’aria e già sapevo se tirava di tramontana o di scirocco e se, di conseguenza, il mare era agitato o calmo. Non pioveva quasi mai e il sole raggiungeva tutto prepotentemente e mi piaceva. La notte, illuminata da candele e lumi al petrolio, era governata dal ciclo lunare e dalla via lattea.
Quando sogno una vacanza la immagino in un luogo come quello. Non si parlava molto, eravamo in pochi, però si sentiva tanto. Ci sono itinerari che si svolgono con il pensiero e altri che si sviluppano con i sensi.
Ho viaggiato poco eppure ho esplorato molto; non posso fermarmi nondimeno resto ferma, seduta, ogni giorno e per molte ore. E’ il mio lavoro ma è anche la mia vita: sensi e ricordi si intrecciano, emozioni e pensieri si srotolano e si associano e tessono le trame del lavoro analitico. Comprendere e crescere nella ricerca di un senso o di più sensi. Quesiti che chiedono risposte, domande che rimangono sospese e attendono, semplicemente…
Mi è stato chiesto a quale genere si può assegnare questo saggio essendo parso a qualcuno di difficile catalogazione. Ci ho riflettuto e, infine, sono giunta a concludere che l’interrogativo riguarda il compito del bibliotecario e, che quello che può essere considerato come un difetto, guardato da un altro punto di vista può diventare pregio.
Per orientare il lettore potrei offrire un punto di partenza interpretativo, ossia che l’autrice del saggio non è una mitologa, non è un’antropologa, non è una filosofa, non è una poetessa né una letterata, è una psicoanalista che nella stesura del testo si è lasciata contaminare dal fascino rivelatore di altri campi del sapere. Argomenti del pensiero e della ricerca che appartengono alle discipline umanistiche e che in comune hanno l’amore per lo studio dell’uomo e intorno all’uomo. Nella specificità della sua occupazione professionale risiede quindi la chiave interpretativa del libro.
Il lettore che ha esperienza di psicoterapia analitica non faticherà a lasciarsi trasportare dai passaggi associativi che collegano gli argomenti trattati e che, ad una prima sfogliata, possono apparire come dei salti bruschi.
Questo testo è un urlo, un grido di dolore troppe volte soffocato, strozzato nella gola, paralizzato nel diaframma e, qui e ora, finalmente liberato. La mia vita, le personali esperienze vissute, le sofferenze provate, costituiscono necessariamente l’humus sul quale si è sviluppata questa stesura; scrivere è divenuto inevitabile, interrogarmi e cercare delle risposte è stato un modo per non soccombere e per smaltire un sovraccarico di dolore.
Ci sono relazioni che fanno male, vissute fuori dalla realtà, grandi passioni alimentate dai vuoti anziché dai pieni. Rapporti che si fondano sulle mancanze, sulle attese mantenute vive e mai appagate, sulle speranze accese e tenute come una debole fiammella che non prende mai forza. Legami che deprivano, tolgono, impoveriscono e dai quali è tuttavia arduo sganciarsi. Unioni che sono una sorta di tossicodipendenza, qualcosa di cui non si può fare a meno a causa del gran male che deriva dalla loro mancanza, dall’astinenza. Esseri umani sfamati dal vuoto che, col passare del tempo, stanno sempre peggio e più stanno male, meno forza si ritrovano per uscire da vincoli che li recludono e immobilizzano.
La scelta di affrontare questo studio saggistico, inoltre, non è disgiunta da una domanda costante che diventa ricerca: da dove si origina la sofferenza psichica. La psicoterapia psicoanalitica è, innanzi tutto, un incontro a due, che impernia di sé il processo d’indagine e che non è asettico ma condivide, nella partecipazione e comprensione ermeneutica del vissuto dell’altro, il senso della sua sofferenza. Si produce uno scambio dialogico, fondato sull’ascolto empatico, che nella ricerca analitica, compie la sua opera di ricostruzione creativa del sé.
L’analista, nel lavoro clinico, mette in gioco non solo la sua arte professionale, ma anche la personale materia psichica, ed è per questo che il suo mestiere è un’arte. Ogni psicoterapeuta, seppur appartenente alla stessa scuola di pensiero e di formazione di altri colleghi, nel momento in cui fonde il sapere professionale con i suoi soggettivi processi psichici, esperienze, vissuti, diviene unico.
Nostalgia, smarrimento, solitudine: questi i sentimenti che mi invadono quando tento di giustificare la scelta di scrivere su quest’argomento. Potrei mettere il mio libro in un cassetto, dopotutto l’ho scritto per me, per sgravare il mio ventre dalle emozioni, dai sentimenti e dai vissuti accumulati nell’arco della vita e in anni di lavoro clinico. Un bisogno nato dalla fortunata coincidenza di un periodo che si è inaspettatamente liberato e dalla necessità di focalizzare riflessioni, contenuti, domande. Casualmente si è concretizzato un tempo e un luogo dentro cui fermarmi a pensare e scrivere ed è stato un piacere.
Durante la mia esperienza clinica e nel contatto con la sofferenza psichica, pur ritenendo che cercare un denominatore comune sia sempre riduttivo e rispondente al bisogno di trovare risposte rassicuranti a domande inquietanti, ho riscontrato una difficoltà, più o meno intensa, alla naturale accettazione dei processi del lutto. Intendo riferirmi all’insegnamento psicoanalitico secondo cui, ogni distacco che implichi la fine di qualcosa come preludio ad un nuovo inizio, dà l’avvio ad un sentimento luttuoso. Penso che le separazioni mancate rallentino la crescita dell’io e, nel migliore dei casi, lo impoveriscano mentre, in quello peggiore, portino a vere e proprie mutilazioni psichiche. La vita interiore si popola quindi di fantasmi invasivi che occupano i luoghi della mente e li rendono interdetti ai sensi e al presente. Ombre che si rifiutano di rimanere tumulate dentro le cripte e nei sepolcri e ritornano in forma di illusioni, simulacri, visioni e spettri. Il revenant è il morto che si materializza, apparizione ai confini tra allucinazione e realtà psichica, è il lèmure che torna a cercare brandelli di vita.
L’abitudine alla comprensione e all’interpretazione dei simboli, mi ha indotto a riflettere sulle apparizioni del vampiro nei sogni dei miei pazienti. Spesso mi sono chiesta chi rappresentasse il vampiro, se potesse essere sovrapposto alla figura del persecutore oppure se possedesse delle specifiche peculiarità. Ho quindi curato l’analisi del complesso simbolismo connaturato alle storie sui vampiri, per verificare una eventuale utilità nell’apportare, alla ricerca delle origini della psicopatologia, un piccolo contributo per la comprensione dei fenomeni patologici. E’ così che ho iniziato a pormi delle domande e a cercare alcune risposte, ho indagato sul significato simbolico dei comportamenti, dei rituali, degli strumenti e di tutto ciò che, nei racconti del folclore e nei romanzi sui vampiri, erano ricorrenti. Un’esplorazione che mi ha trasportato nell’approfondimento dei miti di ogni cultura e luogo della terra, in un andirivieni affascinante tra passato e presente che fa riflettere, ancora una volta, sui significati archetipi dei simboli.
Il vampiro abita l’immaginario e suscita orrore e fascino, diventa così protagonista di storie popolari e romanzi, films e fumetti. Compare anche nei sogni, sostanza metafisica che colonizza il setting analitico per divenire, nel lavoro associativo ed interpretativo, una sorta di soggetto di transizione dei contenuti psichici che circolano da paziente ad analista e viceversa. La com-prensione del simbolico fonda la relazione terapeutica.
Il vampiro, attore onirico, ha catturato il mio interesse e mi ha guidato dentro un itinerario che ha come canovaccio conduttore l’indagine sul e dentro il simbolo. Ho usato appositamente il termine canovaccio anziché filo per suggerire il processo di un pensiero, che non procede in senso lineare ma si intreccia in trama e ordito e che, forse, può creare confusione in alcuni lettori non propensi a lasciarsi andare e a farsi condurre in luoghi psichici che vanno oltre il pensiero cognitivo logico. Suggerisco a coloro i quali avranno la curiosità e la pazienza di starmi accanto in questa ricerca, di sospendere temporaneamente il bisogno di capire subito ogni passaggio concettuale poiché mi piacerebbe stimolare curiosità, emozioni, ricordi e domande, anziché fornire risposte preconfezionate che frequentemente spengono la creatività invece di suscitare stimoli. La stesura si sviluppa procedendo per legami associativi e credo si addica di più ad un lavoro che si addentra nel simbolico, tracciando un percorso che apre il sentiero man mano che si procede. E’ possibile che, restando insieme, incontreremo i fantasmi e mano nella mano, protetti dalla presenza dell’altro, esploreremo gli oscuri e inquietanti territori della perversione.

 


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